NARRATIVA ITALIANA AD INIZIO D’ANNO QUAL È IL REALE STATO DELLE COSE

di Andrea Rugarli, 25 gennaio 2010 19:59

Ma lo scrittore non può
accontentarsi d’un sms
deve puntare all’anima
di GIAMPAOLO RUGARLI
Qual è lo stato della narrativa
italiana? Non conosco
dati statistici sul
numero delle opere pubblicate
e vendute, sul numero dei
lettori, sui premi e sui riconoscimenti
attribuiti e così via.
Per quanto riguarda la qualità,
spesso legonza
go sui quotidiani e sui periodici
recensioni incoraggianti di romanzi
scritti da Autori dei quali confesso
di sapere poco o nulla. Mi assale un
dubbio maligno, e cioè che, per trovare
posto in vetrina, occorrano
giuste amicizie o giuste protezioni,
mentre il talento non serve più.
Larga parte della società italiana
procede così: perché i libri dovrebbero
sottrarsi alla infezione?
La narrativa
sta attraversando
un periodo di
gravi difficoltà.
Raccontare – da
che mondo è
mondo – significa
testimoniare un
fatto o una serie
di fatti connessi,
sino a una conclusione:
lui e lei
si sposano, si ammazzano,
il cugino
Nicola va in
seminario eccetera
eccetera.
Le mie affermazioni
rendono tutto
piuttosto banale,
ne sono consapevole:
altri
aspetti meriterebbero
di essere
considerati, e in
primo luogo gli
strumenti usati
dal narratore (il
linguaggio, il
punto di vista, la
costruzione della
vicenda, il ritmo
e così via).
È vero, e su
questi temi gli
studiosi si accaniscono da tempo,
ma è altrettanto vero che il cuore
del problema è pur sempre quello
che nel Meridione viene definito,
con improprietà ma con efficacia, il
«conto».
Il cinema prima e poi la televisione
hanno inflitto un colpo mortale
al vecchio conto di parole scritte,
che si muove sempre di più a
rimorchio dello schermo, piccolo o
grande che sia, e della cronaca dei
giornali, quasi ne fosse una propaggine.
Le trame più apprezzate sono
quelle che vanno a pescare nel vissuto:
non c’è niente di meglio di un
attentato terroristico, di un sequestro
di persona, di un assassinio, di
uno stupro.
Lo sfondo ideale è una guerra.
Lewis Carroll e Collodi, ma pure
Dostoevskij o Flaubert o Kafka oggi
dovrebbero piegarsi all’i m p e r at ivo
del vero che deve diventare sempre
più vero, senza lasciare spazio al
groviglio arcano dei sentimenti e
della immaginazione.
Il manzoniano «la sventurata rispose
» dovrebbe cambiarsi in un
meticoloso verbale di tutte le lascivie
e di tutte le scostumatezze
commesse da Gertrude, meglio nota
come la Monaca di Monza.
Alcuni profetizzano la scomparsa
della carta stampata (libri, giornali
e quant’altro): in una prospettiva di
un tempo nemmeno troppo lungo,
dovrebbe essere sostituita in ogni
sua applicazione dalla elettronica.
Di queste diavolerie non capisco
niente, ma già adesso (mi sembra)
le lettere del tempo che fu, scritte a
mano per buona educazione tendono
a scomparire, rimpiazzate dalla
cosiddetta «posta elettronica» o,
peggio ancora, dai messaggi trasmessi
con il telefono cellulare. Non
sarebbe una tragedia,
e si potrebbe
supporre che è
cambiato il mezzo,
non la sostanza:
come se si fosse
adottato un altro
tipo di carta o
di inchiostro.
Non è così. La
sostanza, magari
inavvertitamente,
si adegua alle esigenze
del mezzo,
che richiede sintesi,
concisione,
adottando un linguaggio
simile a
quello che una
volta veniva definito
telegrafico.
Non azzardo
profezie, ma la
crisi delle parole
scritte, cioè dello
stadio intermedio
tra le cose e i
pensieri, è un impoverimento,
un
restringimento
del reale che si
chiude entro confini
ben determinati,
e respinge
esplorazioni o vagabondaggi
verso ciò che si presenta
ma non si conosce.
L’ignoto non appartiene a questa
terra e alla immensità siderale (già
sappiamo molto, e la scienza continuerà
ad arricchire le nostre conoscenze):
il vero incommensurabile
ignoto è dentro di noi, nelle nostre
anime, e un messaggino telefonico
non riesce neppure a sfiorarlo.
Vale quanto l’abbaiare di un
cane o il miagolare di un gatto.
Le parole della narrativa (e della
poesia) sono o erano importanti per
la loro capacità di alludere, sottintendere,
raccogliere i ghirigori della
fantasia: questo è un tesoro che si
va perdendo, e non c’è SMS che
possa reggere il confronto con la
fulminea battuta manzoniana sul
traviamento di Gertrude. Purtroppo
le parole elettroniche puntano
l’obiettivo su quanto accade, sui nudi
fatti, e non vanno oltre: gli scrittori
invece dovrebbero preoccuparsi di andare oltre.

Ospiti inaspettati

di Andrea Rugarli, 25 gennaio 2010 14:07

Ieri sera mi sono seduto in poltrona, due dita di cognac nel bicchiere e ho iniziato a leggere i racconti che sono arrivati.

In pochi minuti mi sono accorto di non essere più solo, stavo conoscendo Leonardo e Giacinta che in riva al mare pescano un pesce che non c’è. Nel frattempo Michele sorrideva perchè aveva vinto alla lotteria inconsapevole che il viaggio sarebbe stato dirottato. Pippo era nervoso perchè aveva finito il salame e non sapeva cosa mettere nel panino per il picnic in montagna, Giselda era diventata rossa come un peperone perchè Peppino l’aveva baciata in treno mentre andavano a Ladispoli e tutti i viaggiatori sorridevano, borbattando compiaciuti.

A un certo punto mi sono accorto che non c’era posto per tutti che il cognac era finito e che il divertimento era appena iniziato.

1° Concorso Nazionale di POESIA e NARRATIVA

di Andrea Rugarli, 21 gennaio 2010 15:28

1° Concorso Nazionale di POESIA e NARRATIVA

”RACCONTARVIAGGIANDO”

http://www.bebarounditaly.it/concorsobeb.html

”gestisco” per conto del gruppo la segreteria del concorso, il luogo deputato a ricevere gli scritti dei concorrenti. Il concorso piace e anche molto abbiamo ricevuto molte poesie e adesso stanno arrivando molti racconti, personalmente preferisco la prosa e temevo che non ci fossero ”storie” da raccontare vengo smentito esistono tante storie e anche tanta voglia di mettersi in gioco. Lo spazio per la parola resiste dimostrandosi più vivo e attuale che mai.

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